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giovedì 13 agosto 2020

PONTELANDOLFO E CASALDUNI

   Pontelandolfo e Casalduni sono due paesi del Matese e distano quasi 5 chilometri l'uno dall'altro. Nel 1861 il primo aveva 5 mila abitanti ed il secondo 3 mila; furono accomunati da un atroce destino. 

Nell'agosto di quell’anno infausto per il Sud, furono messi a ferro e fuoco dalle truppe piemontesi del generale Cialdini, e centinaia di cittadini furono trucidati nel sonno da due compagnie di bersaglieri che non combattevano contro soldati ma contro donne, bambini, vecchi ed infermi. Erano insomma dei criminali di guerra.

In tutta la storiografia del movimento postunitario vi sono lacune e vuoti spaventosi. Nell'archivio storico del comune di Gaeta mancano le pagine relative ai giorni dell'assedio, così come nelle varie documentazioni dei processi relativi a fatti che sconvolsero il Mezzogiorno nell'estate del 1861, troviamo solo episodi inerenti alle scorribande dei partigiani o azioni della truppa piemontese contro i “briganti”. Documentazione sul numero dei morti civili non ne abbiamo mai trovata.

Gli ufficiali piemontesi che parteciparono alla repressione del brigantaggio erano tutti, loro malgrado, criminali di guerra e, grazie alla loro megalomania, abbiamo appreso cose orrende. Eccidi raccontati come se si fosse trattato di azioni di guerra o di battaglie vinte contro un esercito ben armato. L'armata piemontese, e lo hanno dimostrato i fatti, era forte solo contro popolazioni inermi. Possiamo dire con forza che era un esercito di ladroni e di assassini avendo invaso un Regno senza dichiarazione di guerra, contro ogni norma del diritto internazionale allora vigente. Il Sud reagì dignitosamente alla invasione militare piemontese; la borghesia meridionale, assieme ai vertici militari e ai funzionari ministeriali più influenti fu comprata dalla massoneria, chi non tradì la patria e la religione furono i contadini che, male armati, male equipaggiati, tennero testa all'esercito piemontese per dieci anni. L'esercito sardo era armato da Londra e protetto dalla Francia. La casta militare piemontese reagì con ferocia inaudita al fatto che dei zappaterra potessero batterli ed infliggere loro perdite umane ingentissime con azioni di guerriglia ben studiate a tavolino e congegnate egregiamente dal punto di vista militare.

La reazione piemontese fu barbara. Il Sud doveva sottomettersi ai voleri massonici. Una lotta senza quartiere devastò le province meridionali, i morti furono centinaia di migliaia. Il generale Cialdini si comportò come una bestia feroce, famelica ed assetata di sangue, un vero vampiro, un tale criminale di guerra che Kappler e Reder, al confronto possono essere considerati dei dilettanti.

Cavour che aveva, a suo tempo, ordinato a Cialdini la distruzione di Gaeta, aveva chiesto all'’ammiraglio Persano di passare per le armi tutti i marinai napoletani che si rifiutavano di servire sotto la bandiera sabauda, e, siccome risultavano essere migliaia quelli che non vollero tradire il loro giuramento di fedeltà, dobbiamo pensare che le fucilazioni ordinate dal servo massone di Lord Palmerston, nonché primo ministro di Sua Maestà Vittorio Emanuele II, Camillo Cavour, furono migliaia:  "Le temps des grandes mesures est arrivé"(il tempo delle grandi misure è arrivato). Persano e Cialdini erano avvisati.

Il Sud era in fibrillazione sin dall’11 maggio del 1860, quando Garibaldi sbarcò a Marsala. Tumulti si susseguirono in tutti i paesi dove la fame e le ingiustizie dei governi prodittatoriali cominciavano a farsi sentire.

Nel dicembre del 1860 il Giornale di Gaeta, che riportava i proclami insurrezionali di Francesco II, stampato in migliaia di copie, veniva diffuso in tutto il Meridione. Già intorno al 20 settembre del 1860 vi fu una feroce ribellione contro governi prodittatoriali instaurati dalla feccia liberale: insorsero i contadini di Cantalupo, Macchiagodena, S. Pietro Avellana, Forlì del Sannio e Rionero del Sannio, Roccasicura, Cittanova e Castel di Sangro; i morti furono all'incirca 1.500. Tra il 19 e il 21 settembre i contadini assieme ai reparti borbonici sconfissero a Roccaromana e Caiazzo le truppe di Csudafy e Cattabeni e li rigettarono oltre il Volturno. I garibaldini, abituati a vincere senza combattere in quanto sempre a contatto di reparti borbonici comandati da ufficiali venduti e comprati, appena provarono a battersi contro il popolo del Sud, ossia contro i contadini, ebbero bastonate inimmaginabili e sarebbero stati sconfitti del tutto se il Piemonte, la Francia e l'Inghilterra non fossero intervenute in aiuto dell’avventuriero nizzardo, condannato nel 1836 per alto tradimento da un tribunale genovese. Si formarono ben presto compagnie sotto la direzione del ministro della polizia borbonica Ulloa, che aveva il compito di ripristinare ovunque il governo legittimista. Furono riconquistati verso la fine dell'ottobre del 1860 Pontecorvo, Sora, Teano, Venafro, Isernia e Piedimonte d'Alife. I borbonici batterono i cacciatori del Vesuvio, annientandoli a

Civitella Roveto e raggiungendo Avezzano. 

Cialdini non perse tempo. Appena giunto ad Isernia mandò un telegramma al governatore del Molise in cui diceva: “faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio e dò quartiere solo alla truppa. Oggi ho già cominciato”. 

Il 12 ottobre del 1860 le truppe piemontesi varcarono il Tronto con intenzioni certamente non pacifiche. Quel giorno iniziò la conquista del Sud da parte dei piemontesi, che trovarono una marea di partigiani negli Abruzzi, nel Molise ed in Ciociaria. 

I Borbone avevano un solo torto, quello di essere cattolici e di rispettare, da soldati, i militari ed i garibaldini fatti prigionieri. I piemontesi non avevano pietà, fucilavano tutti in quanto, da morti di fame qual erano, non potevano permettersi il lusso di sostentarli. 

Il plebiscito fu una formula escogitata da Cavour per giustificare al mondo l'annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte e la conseguente invasione del suo esercito, ma il 21 ottobre si votò solo in qualche comune con le urne circondate da garibaldini e piemontesi. Insomma una vera barzelletta. 

In quel giorno i partigiani regi, sotto l'egida del Comitato Centrale Borbonico, assaltarono i seggi ed issarono la bandiera gigliata su quasi tutti i paesi del Sud: dagli Abruzzi alle Puglie, dalla Ciociaria alle Calabrie. Le popolazioni si erano rivoltate contro la barbarie piemontese portatrice solo di morte e di fame. 

Testo liberamente estrapolato da "I Savoia e i massacro del Sud", Antonio Ciano, pagg.85-86-87

venerdì 24 luglio 2020

A proposito di Divise imbrattate di fango e, soprattutto, di sangue...


Democratici o ex democratici meridionali come il Tripodi si distinguevano nella repressione anticontadina in maniera così spietata da provocare l’indignazione di Giuseppe Ferrari» scrive Mauro Mercuri in L'anello di zinco, «per le 526 fucilazioni eseguite in soli sei giorni nell’agosto del ’61, in Abruzzo e Calabria», mentre le cifre ufficiali (giusto per aver un’idea della distanza fra quello che succedeva e quello che veniva riportato nei documenti), per l’intero secondo semestre del 1861, parlano di solo 733 fucilati, 1.093 uccisi: un dato «indubbiamente inferiore al vero», avverte il pur prudente Molfese, in Storia del brigantaggio dopo l'Unità, perché nelle decine di paesi «totalmente o parzialmente dati alle fiamme», alla fine del 1861, «le vittime della guerriglia e della repressione ammontavano a parecchie migliaia, ma nessuno era più in grado di contarle. Migliaia e migliaia erano i profughi». 

Persino Bixio, Garibaldi e altri parlamentari chiedevano più giustizia sociale per il Sud, e lo stesso generale La Marmora ammetteva che soldati e ufficiali piemontesi si rendevano colpevoli di gravi reati. Ma i responsabili di stupri e omicidi, ci sono documenti che lo dimostrano, venivano trasferiti e sottratti alla giustizia, e alle richieste dei magistrati, le autorità militari e governative replicavano di non essere più in grado di rintracciarli. In un caso, lo scandalo fu così grande, con denunce in Parlamento, che il responsabile, l’ufficiale e conte Bosco di Ruffina, venne deferito al Tribunale militare: a Somma Vesuviana, aveva fatto fucilare «sei persone, tra cui un sacerdote, tre possidenti e un commerciante, sotto l’accusa di essere fautori e manutengoli di briganti» scrive Francesco Barra in Il Brigantaggio in Campania. Fra le vittime, un ragazzino di 14 anni. Bosco, però, fu subito assolto. 

 Appena uno sguardo ai fascicoli delle sentenze della commissione d’inchiesta presso il Tribunale militare permanente di Napoli: «Non luogo a procedere contro Cesare Moretti di Voghera, sottotenente accusato di abuso di autorità per aver fatto fucilare...»; «Non luogo a procedere contro Felice Broglia di Voghera, accusato di abuso di autorità, per aver fatto fucilare...»; «Non luogo a procedere contro il capitano conte Branda Castiglione e il sergente Giuseppe Meschini, accusati di aver fucilato...»; «Non luogo a procedere contro Carlo Romagnoli di Pistoia, capitano dei bersaglieri accusato di furto e nefandezze varie...»; «Non luogo a procedere contro Matteo Aiuto di Palermo, accusato di aver ucciso a fucilate...»; «Non luogo a procedere contro Giuseppe Alessandro Tresoldi, luogotenente, Filippo Pehlinur e Luigi Martinelli, capitani, accusati di abuso di potere»; «Non luogo a procedere contro un drappello di sei carabinieri»; «Non luogo a procedere contro Girolamo Colli, Giacinto Ventura, Alfonso Suppini, Paolo Galiani, Giuseppe Bologna...». La certezza del diritto non si sa, ma la certezza del torto per il vinto e il morto era garantita.

 Vincenzo Padula, prete, poeta, antiborbonico e liberale, in Antonello capobrigante calabrese, scrisse: «Il Brigantaggio è un gran male ma male più grande è la sua repressione. Il tempo che si dà la caccia ai briganti è una vera pasqua per gli ufficiali, civili e militari; e l’immoralità dei mezzi, onde quella caccia deve governarsi per necessità, ha corrotto e imbruttito. Si arrestano le famiglie dei briganti, e anche i più lontani congiunti, e le madri, le spose, le sorelle e le figlie loro, servono a saziare la libidine ora di chi comanda, ora di chi esegue gli arresti. E delle violenze non parlo» (e se non erano queste, quali?). Più o meno come “le donne di conforto” coreane rastrellate dai giapponesi, quando invasero quel Paese. E questo, in una società in cui poteva bastare uno sguardo mal inteso a una donna, perché il coltello riportasse ordine e senso dell’onore («più di 300 giovanette popolavano ormai i postriboli perché cacciate» dall’Albergo dei poveri di Napoli, scriveva «Il Popolo d’Italia», nel 1862. Arrivati i civilizzatori «era stata rubata la metà della rendita», riducendo quel meraviglioso istituto benefico in un «miserevole stato». Non solo: «Per ordine del governo le più avvenenti giovanette alunne del Real Albergo dei poveri furono condannate a esibire il proprio ritratto in fotografia con la macchina appositamente introdotta in quell'ospizio col doversi poi spedire quei "ritratti" a Torino, non Arcore. 

Testo liberamente tratto da "Carnefici" di Pino Aprile, pagg. 131-132

domenica 12 luglio 2020

IL MASSACRO NASCOSTO


La dimensione del massacro nascosto sotto il mito del Risorgimento è stata sempre contestata (su come si scrive la storia nel nostro Paese, basti dire che l’Istituto cui fu affidato tale incarico, nel Regno di Sardegna che poi divenne d’Italia, aveva il compito di impedire la consultazione dei documenti che potessero offuscare la dinastia sabauda; le carte scomode potevano essere distrutte, e l'elaborazione dei documenti avuti in consultazione era sottoposta a doppia censura durante e dopo la stesura dei testi in cui erano citati). Una traccia demografica dell’enormità del prezzo pagato dal Sud, in vite umane, emerge per la prima volta da uno studio del 2014, condotto dal dottor Delio Miotti, per la Svimez (l'associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno). La ricerca, che mirava a ben altre finalità, ha svelato che, nel 1867, la popolazione meridionale diminuì, invece di crescere. Succederà solo altre due volte, in un secolo e mezzo: dopo la Prima guerra mondiale, a causa dell'influenza “spagnola” (in realtà, portata in Europa da soldati statunitensi), la più grande pandemia della storia dell’umanità: cinquanta milioni di morti; e nel (anzi, “dal”) 2013, per l'ampiezza del saccheggio di risorse condotto, a danno del Sud, da una feroce serie di governi antimeridionali di centrodestra (a trazione leghista) e di centrosinistra (senza manco la scusa della trazione leghista), al punto che l'emigrazione dal Mezzogiorno riprese come negli anni Cinquanta del Novecento e i terroni smisero di fare figli (indice di natalità mai così basso).
Ma cosa succedeva negli anni sino al 1867, tanto da far addirittura diminuire la popolazione? Il Piemonte univa il Paese e ne sfoltiva parte della popolazione, al Sud, perché recalcitrante: o capivi che lo facevano per il tuo bene e cambiavi testa, o te la tagliavano, per il bene di tutti (di chi impugnava la mannaia, sicuro). E la tagliavano veramente, non per modo di dire («per comodità di trasporto», è spiegato in un rapporto militare) e magari la esponevano in paese, per educare i dubbiosi. Qual è la differenza con i boia dell’Isis, lo Stato islamico? Ma è ovvio: quelli dell’Isis sono selvaggi e dicono di essere patrioti; i piemontesi al Sud erano civili e patrioti: non si può fare di tutte le decapitazioni un fascio!
Mai la popolazione era diminuita, almeno per tutto il secolo precedente, senza guerre o epidemie (nella prima metà dell'Ottocento, come si vede dallo studio di Idamaria Fusco, in Il Mezzogiorno prima dell'Unità, nel 1817 e nel 1837 ci furono dei crolli. Nella media, comunque, la professoressa Fusco dimostra che prima dell’Unità il Sud cresceva più del resto d’Italia; dopo, meno). Questi sono i numeri di un genocidio: invece di continuare a crescere di decine di migliaia, decrescere di cifre analoghe. E non ne parlo per cambiare il passato (operazione stupida e inutile, se non a fini di potere), ma perché siano riconosciuti. La sociologia spiega che le società nascono da un crimine commesso in comune, una colpa condivisa. L'Italia, quale coscienza diffusa di un Paese unito, non è mai nata. Se ha una possibilità, è quella di rinascere sulla condivisione del racconto dei crimini da cui ebbe origine e i cui autori sono morti. Ci sono figli che nascono da
uno stupro; non saranno liberi nascondendolo a se stessi, ma sapendolo, per poter acquisire la coscienza di non avere la colpa dello stupratore, né l'umiliazione della stuprata.
Dal 1765 all’unificazione forzata d’Italia, nel Regno delle Due Sicilie, il numero dei meridionali era cresciuto sempre; gli ultimi cinquant'anni, di quasi 50.000 all’anno e nessuno era mai emigrato: c’era povertà, come nel Nord e nel resto d’Europa, ma non al punto da indurre la gente ad andarsene (come avveniva per le regioni settentrionali, dal Friuli al Piemonte), né a smettere di fare figli, che restavano lì e non morivano di fame, se la popolazione continuava ad aumentare. Poi arrivano i fratelli d’Italia e «i progressi della morte sono immensi», come diceva nel Parlamento di Torino il deputato Angelo Brofferio, anni prima, a proposito dell’incredibile numero di condanne a morte eseguite in pochi anni nel regno sabaudo. Al Sud fecero ancora meglio se, in soli sei anni, la conta dei morti superò quella dei nati, nel 1867 e (di poco) nel 1868 (ricerca Svimez, su dati Istat, Istituto nazionale di statistica).
Nel 1862 (dopo quasi due anni di guerra di annessione), l'incremento della popolazione, specie maschile, era già in frenata, ma ancora di quasi 6.000 unità maggiore a Sud, rispetto al Nord (19.000 a 13.000); dopo appena un anno, il rapporto si capovolse (20.000 a Nord, meno di 15.000 a Sud). Nel 1867, la differenza salì a 30.000 (maschi: più 10.000 a Nord, meno 20.000 a Sud). Ci vollero dieci anni, perché le cifre tornassero quasi pari, nei primi anni Settanta dell'Ottocento, in coincidenza con la dichiarata fine della guerra al Brigantaggio. Ai vinti in armi, dopo la sconfitta
resta la fuga: fallita la risposta militare all’invasione, lo spopolamento continuò, con l'emigrazione: per la prima volta nella loro storia, i meridionali abbandonarono la propria terra, a milioni. Ma sulla “fine del Brigantaggio” forse bisognerà rivedere i conti, perché è dimostrabile che ancora nel 1872, «come si evince dal Manuale del funzionario di sicurezza pubblica e di polizia giudiziaria, per le “statistiche mensili” sul Brigantaggio, si chiedeva di indicare, secondo le istruzioni, i dati sui movimenti di briganti e manutengoli, la denominazione delle bande, i nomi dei briganti, i circondari e i mandamenti frequentati da ciascuna banda, i nomi degli evasi dalle carceri, dei manutengoli denunziati, ammoniti o arrestati...» (tratto da Noi, i neoborbonici, di Gennaro De Crescenzo). E si legge in I/ Distretto Militare di Perugia (edito nel 2006), del generale Massimo Iacopi, che ne fu comandante, che «con la eliminazione della banda di Sante Graci detto “Zigo” nell’eugubino (1869), sorpreso in una casa colonica, con altri 15 briganti, da una pattuglia di Reali Carabinieri del maresciallo Bucchio e la successiva distruzione di quella di Tiburzi nell’orvietano (1877), ha inizio la fine del banditismo in Umbria». L'inizio della fine, nel 1877!
E la cattura di Zigo avviene nel corso di una battuta dell’esercito, per catturare renitenti alla leva (ci torneremo su), e ne prendono centinaia al giorno. Siamo a quasi dieci anni dall’arrivo dei piemontesi e in Umbria, che certo non fu fra le regioni in cui maggiormente si manifestò la resistenza armata all’invasione. Ed è lo stesso generale Iacopi, onestamente e correttamente, a far notare che il Brigantaggio, nonostante la diffusa protesta per «l'eccessiva pressione fiscale sulle classi più deboli» e l’introduzione «dopo quattrocento anni circa, della coscrizione obbligatoria», «non avrebbe avuto alcuna possibilità di attecchire e proliferare», se non fosse stato «omogeneo» con l’ambiente. Insomma: la geografia gli deve essere nota e favorevole (boschi, monti, poche vie di comunicazione), la popolazione pure. Il Brigantaggio finisce in Umbria, quando «a Coccorano di Valfabbrica, nei pressi di Perugia, viene catturato in una stalla, da una pattuglia di 14 carabinieri, quello che per la cronaca è forse l’ultimo dei briganti in... “servizio permanente effettivo” della regione». È il marzo del 1901: sono passati quarant’anni dall’arrivo dei piemontesi. E come potrebbe essere stato debellato, nei primi anni Settanta dell’Ottocento il Brigantaggio, se addirittura il «Times», nel 1872, quando il fenomeno sarebbe stato già eliminato, pubblica un preoccupato intervento sulla sua recrudescenza nel Mezzogiorno? E si temeva una nuova rivolta in Sicilia, come quella del 1866, quando i ribelli riconquistarono Palermo e gran parte dell’isola, sconfiggendo militarmente i reparti dell’esercito sabaudo. È un altro capitolo forse chiuso con un po’ di precipitazione e da rivedere...
Testo liberamente estrapolato da Pino Aprile, "CARNEFICI", pagg. 28,29,30,31.