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sabato 25 luglio 2020

La donna come "cosa" e premio al vincitore, il furto della nostra dignità e la connivenza dei "galantuomini" con i "liberatori"


 L
e civiltà hanno compiuto grandi rivoluzioni, in tutto il mondo; i diritti vengono riconosciuti a tutti, almeno nominalmente (altra faccenda è che lo siano di fatto), indipendentemente da etnia, religione e sesso; ma quando si vuole disgregare un popolo, si ricorre sempre allo stesso sistema: si calpesta il suo diritto a decidere quando e con chi fare i figli, si «usano le sue donne», distruggendo (per il piacere e il piacere del potere) norme e liturgie su cui si formano i diritti e i doveri che governano lo scambio sessuale, e in base ai quali nascono figli, famiglie e società. Nel rispetto di quei codici, un maschio diventa uomo, conquistando l’accesso socialmente riconosciuto alla femmina; che, nel rispetto degli stessi codici, è riconosciuta donna e signora, padrona di disporre di se stessa, e non donna-cosa. Usarla, per «saziare la libidine ora di chi comanda, ora di chi esegue gli arresti», è negare a quella comunità i fondamenti per esistere come vuole e consentirle di poter ancora essere tale, dovendo invece sottostare a norme e voleri di altri, quindi in stato di subordinazione (era lo scopo degli stupri etnici nella guerra dei Balcani). Se il paragone vi pare esagerato, vi pregherei di riconsiderarlo, dopo aver immaginato che la stessa cosa accada ora alle vostre figlie, mamme, mogli e sorelle. E voi, ridotti all’impotenza, chiedendovi se lì si fermeranno o se, per cancellare le tracce, uccideranno tutto il resto della famiglia e, quando avranno finito, anche la violentata, come fecero i marines in Iraq. 

Eppure, furono i deputati meridionali, da Massari a Pica a Nisco e molti altri, appartenenti quasi esclusivamente alla classe di proprietari e arraffoni che si stava arricchendo con la nuova situazione, a proporre e far legalizzare i più feroci e infami metodi per sopprimere quella che avevano interesse a spacciare come ostilità al progetto unitario, ma che in gran parte era rivolta e vendetta per i furti impuniti. E se il governo di Torino era costretto a richiamare dal Sud i più sanguinari ufficiali, per le proteste del mondo civile, possidenti meridionali e intellettuali di complemento ne invocavano il ritorno. Un circolo vizioso assecondato dall’occupante che, così, si procurava l'appoggio politico forte e complice che ne giustificava presenza e azione. Il passaggio di potere e risorse consentiva alla classe dirigente che così andava formandosi in loco (subalterna e ricattabile, quindi: coloniale) di creare una base sempre più larga di clientele a cui distribuire le briciole del bottino e con cui consolidarsi e grazie a cui essere legittimate, sia pure a posteriori, spacciando l’altrui dipendenza per consenso.

Un meccanismo che resiste ancora oggi: i “clienti” e i partiti nord-centrici forniscono una caricatura di democrazia con un sistema di voto in larga parte controllato (spesso dalla mafia, come struttura di servizio); il dirigente locale così fatto votare, in realtà nominato, legittima con la sua presenza le discriminazioni a danno del Sud (le colpe «della classe dirigente locale»...) e salva con la sua complicità, la propria condizione privilegiata («Fummo noi, classe culta e benestante, che volemmo l’Italia una e via mandammo il Borbone», ricorda, uno dei più attivi e convinti unitaristi, il cosentino Vincenzo Padula, il 10 ottobre 1864, sul suo giornale «Il Bruzio», ai «culti e benestanti» che si lamentavano di come andavano le cose).


Testo tratto da "CARNEFICI" di Pino Aprile, pagg.133-134 - ad eccezione del titolo.

sabato 18 luglio 2020

LE NOSTRE PRIGIONI


 (libere estrapolazioni tratte da:

" E chi non vuole la nostra libertà, in Galera), capitolo quinto de i "CARNEFICI", di Pino Aprile.

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La storia sembra una sequenza di fatti, ma è un confronto fra narrazioni di fatti: quali e come. Quante persone vennero incarcerate dai piemontesi, al Sud? Quali erano le condizioni della loro detenzione? Quanto tempo restavano in galera? Per quali reati? Quanti morirono per maltrattamenti ed epidemie? Quanti di loro avevano almeno una condanna, purchessia, o solo un’idea della ragione per la quale erano stati imprigionati? Tutte domande senza risposta definitiva: in un secolo e mezzo, nessuno si è preso la briga di fare tali ricerche, in modo sistematico, esaustivo (salvo lodevolissime indagini condotte perlopiù da studiosi locali); soltanto, fra atti parlamentari, rapporti prefettizi o militari, censimenti occasionali o studi che miravano ad altro (come, nel 1866, Prigioni e prigionieri nel Regno d’Italia, del parlamentare Federico Bellazzi), affiorano dettagli spaventosi di un tutto ignoto: nella sola Agrigento (denunciò Crispi), in un mese, trentaduemila detenuti (ben più di metà dell’intera popolazione carceraria annua d’Italia, oggi); grotte, cripte e cimiteri usati come prigioni, non essendoci più altri luoghi in cui stipare le vittime di rastrellamenti. Strana libertà fu portata in nome dell’Italia unita: non bastarono le carceri a contenere le orde di liberati. A volerla buttare in macchietta, la cosa si presentava così: «Siamo venuti a liberarvi».

«Questa vostra libertà non mi piace.» «Allora ti mettiamo in galera»: in tante città del Sud persero pure la libertà di uscire di casa e non solo in quelle messe sotto assedio in Sicilia; nella Capitanata, per esempio, «in ogni città e villaggio, dalle 11 della sera alle 14 del mattino [quindi per ben quindici ore al giorno N.d.A.] è vietato percorrere vie o strade senza un permesso speciale dell’autorità militare». In Contro Garibaldi, Gennaro De Crescenzo ricorda che appena cinque giorni dopo l’ingresso del nizzardo nella capitale, «si poteva registrare una grave sommossa anti-unitaria nei pressi di Napoli, a Sant'Antimo: furono arrestate 138 persone per “attentati aventi per oggetto di cambiare il Governo”» (già. in Sicilia, sbarcato di fresco, Garibaldi emanava decreti di ogni genere «in virtù dei poteri conferiti» a lui: da chi? Ed esordiva scrivendo di essere stato «liberamente eletto Dittatore»: da chi, quando?). Se la cosa non fosse terribilmente seria, sarebbe una barzelletta, «se si pensa alla legittimità degli atti in questione», annota De Crescenzo. E già, perché venivano condannati come sovversivi funzionari, guardie e “rivoltosi”, i cittadini di «un governo legittimo ancora in piena attività»; e a farlo era un governo autoproclamatosi tale e «inventato da appena cinque giorni», dopo un’invasione armata.

Degli archivi di Stato di Napoli, si apprende cosa succede con l’arrivo di Garibaldi: nelle carceri della città, nei sette anni precedenti, non c'erano mai stati più di 1.560 detenuti; il 30 settembre 1860, tre settimane dopo la “liberazione”, sono già saliti a 18.472; dodici volte tanto. E di sicuro, in tre settimane, non moltiplicarono per dodici le celle in cui stiparli. Quindi, dove ce ne stava uno, se ne ammassarono (in media) una dozzina. Non fu che l’inizio. I reclusi, sotto la tirannia dei Borbone, potevano vedere i parenti anche due volte al giorno, poi furono finalmente liberi di incontrarli tre volte a settimana (non sempre, non ovunque). I dati sono ballerini e non c'è modo di sapere, con accettabile approssimazione, quanti fossero i detenuti. Forse era una missione impossibile, se si considera che quasi chiunque, purché n nome dei Savoia, dell'Unità, del tricolore, insomma contro i Borbone e lo Stato da abbattere, poteva incarcerare chiunque. Era cominciato un periodo di terrore e arbitrio che durerà molti anni.

Su «Il Bruzio», Vincenzo Padula, liberale calabrese, unitarista e filopiemontese, scriveva. «Le prigioni di Cosenza bastano appena a 500 prigionieri, e nondimeno al momento ne contengono 897. Manca a quegl’infelici l’aria da respirare, il luogo da muoversi, sono legati come a mazzi, come i dannati dell’inferno, gli uni agli altri sovrimposti come fasci di fieno», e che «il numero dei prigionieri invece di scemare monti ogni giorno», anche se siamo ormai nel 1864. «È un male che non si deplora nella sola Cosenza, ma in tutte le provincie, Salerno grida, Foggia ha cessato di gridare. Il tifo carcerario ha colpito spaventevolmente questa città.» Ed è «onesto che 452 infelici gridino da quattro anni, e inutilmente ogni giorno: Fateci giustizia?», perché vi sono «parecchi detenuti che non appartengono a nessuna autorità! Non al Prefetto, non al Generale, non al procuratore Regio: nessuno di costoro ne ha ordinato l’arresto, nessuno di costoro sa che quell’arresto sia stato eseguito». Cosenza aveva allora poco più di sedicimila abitanti; quasi cinquecento erano in carcere senza accusa, senza processo, da anni, e senza che nemmeno si sapesse chi ce li avesse messi e perché. La libertà che era stata portata era tale, che i fortunati finivano in galera “appartenendo” a qualche autorità, gli sfigati non sapendo a chi “appartenevano”. Di sicuro, non a se stessi. Così, «un tesoro di odio contro gli uomini, di vendetta contro la società. Di disprezzo verso la legge gli si accumula lentamente nel cuore». Un'idea della facilità con cui si finiva in prigione (un poveraccio che aveva regalato una giacca a un giovane che in seguito si diede alla macchia, fu incarcerato per complicità, riporta Mauro Mercuri in L'anello di zinco; quindi, se prestate una cravatta a un tizio che l’anno dopo uccide la moglie, finite in galera pure voi) e anche un’idea della quantità di reclusi, delle condizioni in cui erano detenuti, è possibile farsela grazie a Edoardo Spagnuolo, inesausto cacciatore di documenti su quel che accadde in Irpinia, all’arrivo dei liberatori con il tricolore. Aggiunge interesse il fatto che il suo studio riguarda un carcere-simbolo nella storia pre-risorgimentale (quella post-risorgimentale, invece, hanno evitato di dircela e Spagnuolo dimostra che i veri orrori furono dopo, non prima). Montefusco è un borgo nell’Avellinese, alto su un colle, da cui si domina un panorama sterminato, dalla Campania alla Puglia, dalla Lucania al Molise. Nel suo carcere vennero rinchiusi dai Borbone una cinquantina di detenuti politici, rei di aver tentato di abbattere la dinastia. Nel 1859 la pena fu commutata in esilio; alcuni di quei fuorusciti, da Torino, aiutarono a organizzare l'invasione sabauda.

Fra loro, nomi pesanti: il barone Carlo Poerio, che era stato scelto per essere trasformato in poeta-martire della repressione borbonica, «a quindici centesimi la linea», rivelò uno dei costruttori del mito, il formidabile giornalista lucano Ferdinando Petruccelli della Gattina (il guaio non previsto fu che Poerio finì per prendersi sul serio: «Si crede Poerio» scrisse Petruccelli, che aveva una penna al vetriolo);

*Grazie alle Memorie di Castromediano, Edoardo Spagnuolo ha potuto fare il raffronto fra cos'era il carcere di Montefusco sotto i Borbone e cosa divenne sotto i Savoia.

Un lavoro certosino, ammirevole, che ristabilisce il vero, circa il trattamento del prigioniero, nel Regno delle Due Sicilie (pur tenendo conto che quelli di Montefusco erano detenuti “speciali”), opposto alla ferocia e alla barbarie con cui, in nome della liberazione non si sa da cosa e da chi, si fece scempio di un’intera popolazione, privandola di ogni diritto, a partire dal diritto di unirsi, in condizioni di parità, agli altri italiani.

sabato 11 luglio 2020

Un crimine possibile

Tutto questo è un crimine di quelli che cambiano il corso della storia. «Un crimine possibile solo se perpetrato da uno Stato che, in quanto sovrano, si erige a fonte del diritto.»
Il Piemonte violò accordi, leggi, trattati e persino ogni limite di decenza e umanità, in nome di un progetto politico-economico, di cui tanti videro e vissero (e ci fu chi ne morì) solo l'aspetto ideale; ed è quello che ci viene narrato; ma Torino dovette farlo soprattutto per una necessità assoluta (il Regno di Sardegna era ormai in fallimento, come fu detto anche in Parlamento, e in pochi mesi non avrebbe avuto soldi per pagare dipendenti pubblici e soldati, dimostra Nicola Zitara, in L'invenzione del Mezzogiorno). Ma questo non sarebbe bastato, se non si fosse presentata un’opportunità come ne capitano poche nella storia: l’interesse di molti e potenti a distruggere un Paese e consegnarlo a un altro meno ostile a certi giochi. Non intendo giustificare nulla, soltanto ricordare che le regole servono a mantenere le cose come stanno o, al più, tracciare i confini della loro evoluzione; per cambiarle, si possono percorrere solo due vie:
1) sostituire le regole, d’accordo con quanti dovranno riconoscersi in quelle e rispettarle;
2) calpestarle, per imporre ad altri le proprie (diciamo che puoi riunire l'Europa sotto una croce uncinata e lo stivale del fùhrer o in un euro molto tedesco, però frutto di accordi inter-europei, che una diversa politica può raddrizzare: la politica è l’arte del possibile miglior compromesso e le circostanze cambiano, offrendo le occasioni che la guerra non dà).
Ma nel 1860 avevano fretta e anche molta disistima per quelli con cui, a chiacchiere, dicevano di volersi unire per far un Paese («Ci disprezzano», scrisse Gaetano Salvemini a Giustino Fortunato: ed erano due unitaristi convinti; il secondo ne fu una sorta di apostolo, poi ferocemente deluso). Il Piemonte impose se stesso, le sue armi, la sua libertà chiudendo giornali, riempendo le carceri, deportando e fucilando, impose le sue tasse, le leggi e persino i suoi impiegati e le sue balie negli orfanotrofi di Napoli, poi disse che gliel’avevano chiesto gli italiani. E quelli che cercarono di smentire o opporsi fecero una brutta fine. Se il progetto fosse fallito (e ci fu il momento in cui parve che le truppe d’invasione non potessero reggere la risposta armata degli aggrediti, mentre la diplomazia sabauda era in gravi difficoltà per le proteste europee contro gli eccidi al Sud), del Piemonte forse sarebbero rimasti gli stracci, e oggi discuteremmo tanto del tragico tentativo che insanguinò l’Italia e della prepotenza subalpina, dei suoi accordi con i protettori stranieri, della corruzione con cui fece marcire all’interno un Regno amico, dei traditori di ieri (tecnicamente tali, pur se per un diverso ideale) non più patrioti di poi, dell'inferno della storia in cui tutto questo sarebbe finito... Ma, soprattutto, parleremmo delle stragi, delle vittime di un’azione violenta per cambiare le cose, e fallita per la sua violenza. Questo studieremmo a scuola. La glorificazione dei vincitori ha negato quel dolore dei vinti che, fosse andata diversamente, sarebbe la colpa storica di chi pensò che, per fare l’Italia, bisognava sottometterla (coerente con quanto Vittorio Emanuele II disse all’ambasciatore austriaco: «Ci sono due soli modi per governare gli italiani: con le baionette o con la corruzione»).
Testo liberamente estrapolato da
Pino Aprile
, "carnefici", pagg. 26-27-28.

venerdì 27 giugno 2014

Hanno UCCISO NAPOLI per l'ennesima volta



CIRO Esposito, ci sono nomi più napoletani di questo? Oggi la città piange l’ennesima morte di un suo giovane innocente, il cui unico desiderio era di andare ad assistere a una partita di calcio della sua squadra. Ciro era un eroe, come è scritto sullo striscione di Scampia,  era un tifoso esemplare. Tuttavia Non bisogna essere eroi per avere il diritto di vivere e non è un peccato essere napoletani per spiegare una morte che non ha giustificazioni.
Ciro è morto nelle stesse ore in cui l'italietta toccava uno dei punti più bassi della sua storia, come quando attaccò senza dichiarar guerra al Regno delle Due sicilie. È stato detto, giustamente, che mai come ora ci sono le condizioni per affondare le mani nel mondo del calcio e rifondarlo. Ma temiamo che restino solo parole. In primo luogo andrebbe rifondata l'Italia! Sono anni che vediamo la storia falsificata da storici e pennivendoli prezzolati; che nella scuola viene insegnato ad ignorare il Regno degli "odiati" Borbone, rei di ogni nefandezza. Conseguentemente anche Napoli, viene accusata di essere depositaria di quella mefitica cultura. Invece, come in una scena Kafkiana, tutto è stato rovesciato, rendendo la storia raccontata, surreale.    Certo, quello del calcio non è un mondo separato, con la droga, le armi, la delinquenza facciamo i conti tutti i giorni. Per  cambiare il sistema occorre  pensare diversamente il nostro mondo, in modo tale che scommesse e affari sporchi compresi, siano solo un cattivo ricordo dell'italietta savoiarda.  Tutto può cambiare se solo lo VOGLIAMO: Non ascoltate chi vi dice che nulla si può cambiare... che nulla possa cambiare solo per effetto delle buone intenzioni. Non possiamo  contare sull’etica utilitaristica, sulla salvaguardia degli interessi che ci furono inculcati dalla perfida Albione: se si vuole arrestare il declino della nostra terra non occorre un certificato  della Figc, bisogna cominciare dalla base, anche dall’educazione dei giovani alla lealtà, al rispetto delle regole e dell’avversario, cosa che invece non ci fu insegnato dalla storia dei "risorgimentisti", che salvarono corrotti e corruttori.
Ora attendiamo che venga resa giustizia a Ciro Esposito e vengano accertate tutte le responsabilità: dell’assassino, dei complici e di chi era responsabile dell’ordine pubblico. E meditiamo in silenzio sulla nostra storia, affinchè un giorno saremo in grado di cambiarla.

sabato 31 dicembre 2011

IO NON FESTEGGIO!

Il Mezzogiorno era definito da De Pretis: “singolarmente ricco”  da Minghetti: “il paese più bello e più fertile”,  da Quintino Sella  “eccezionalmente cospicuo”,  e queste opinioni erano avvalorate dai meridionali. “Troppo favorito dalla natura” - aveva detto Ruggero Bonghi. Il Mezzogiorno era per Petruccelli della Gattina, esule in Piemonte, “una  terra in cui Iddio esaurì la sua opulenza di Creazione”

Il 2011 che, per fortuna,  sta per finire, è stato l’anno di una commemorazione solenne: i 150 anni dell’unità d’Italia. Qualora qualcuno se ne fosse dimenticato, non se ne faccia un cruccio… ci sarà sempre qualche “buona” istituzione repubblicana pronta a ricordarglielo incessantemente.

Nel non lontanissimo 1989, si celebrò un altro evento nefasto: il Bicentenario della Rivoluzione Francese. Per questo non di risorgimento si dovrebbe parlare ma di Rivoluzione in Italia. La rivoluzione giacobina, sulla scorta delle idee illuministiche, portò, sulla punta delle baionette, senza suffragio alcuno, le idee anticristiane che rivoluzionarono non solo il nostro paese ma anche l’Inghilterra, gli Stati Uniti d’America, il mondo tutto. Il popolo, intanto, restava quello che era, fermamente attaccato alla chiesa e alla Religione; le élites, in massima parte, si abbeverarono ai lumi sulfurei  accesi nei paesi anglosassoni  dal protestantesimo, si affiliarono alle logge massoniche condannate dalla Chiesa, eppure sparse in tutto il mondo. Queste ultime, sotto la protezione interessata e complice di molte teste coronate, misero mano alle riforme: soppressione di tanti conventi e incameramento dei beni ecclesiastici, regalismo, giurisdizionalismo anticuriale, soppressione dell’inquisizione, ecc. In alcuni Stati, addirittura, anche la rivoluzione giansenista. Le idee illuministe portarono dunque distruzione e morte in un Italia indebolita e divisa, trovando però di fronte l’insorgenza delle forze popolari che si contrapposero fermamente all’invasione massonico-piemontese. Ebbene, questi due eventi, nonostante il lasso di tempo e le inevitabili differenze, mantengono uno strettissimo collegamento ai fini del sovvertimento generale dei costumi e della società occidentale. Hanno ragione coloro che ritengono inopportuno il richiamo alle radici cristiane dell'Europa: esse, allo stato dei fatti, sono state sradicate.  Ma qui non vogliamo aprire una inutile digressione.
La restaurazione monarchica fece l’enorme sbaglio di lasciare al proprio posto la maggior parte di queste “élites” (segretamente affiliate alle logge), ignorando il virus massonico che avevano ormai assimilato... La classe dirigente del Regno delle Due Sicilie era ormai stata plagiata dall’illuminismo, poiché a Napoli come a Palermo o a Cosenza, la Massoneria aveva gettato i semi della zizzania anticristiana. Solo pochi, fra quelle teste coronate, impararono la lezione.
E, così, con la casacca rivoltata, le medesime “élites”, impregnate dall’illuminismo luciferino dei tagliatori di teste francesi e dagli usurai liberisti inglesi, ripresero il lavoro di prima, ripensando, a come evitare nuovamente il fallimento. Il virus inoculato dall’occupazione straniera avrebbe ridato linfa letale ai suoi bubboni purulenti. I nostri “padri della Patria”, nonché i loro epigoni, emuli ed ammiratori  non sono forse la quintessenza del patriottismo e dell’italianità? E com’è che allora che questi “patrioti di oggi e di ieri detestano cordialmente l’Italia reale, la sua storia, le sue tradizioni, il suo carattere, il suo popolo, la sua religione? Il termine stesso di Risorgimento, come quello di Rinascimento d’altronde, indica un disprezzo totale di ciò che precedeva  queste ere “felici”: prima del Rinascimento era la barbarie del Medioevo, prima del Risorgimento la morte nazionale  della controriforma, per cui secondo questi patrioti l’Italia nasce nel 1861 o, meglio nel 1870! Dimenticano cosa fece il Papa e, soprattutto, dimenticano cosa fecero i Borbone… Infatti la prima idea della nazione italiana non nasce con Cavour, o con i rivoluzionari del ‘48, ma a Bitonto, in Puglia. Infatti a Bitonto c’è ancora un obelisco bellissimo dove Carlo di Borbone nel 1734  dice: “Qui vengono gettate le basi della nazione italiana, delle libertà degli italiani”. Unificazione non significava unire meccanicamente la Calabria (o le Calabrie come si diceva allora), alla Puglia (o alle Puglie),  al piccolo Piemonte. Tutt’altro.  Per questi motivi fu solamente il popolo a pagare. Solo coloro che rimasero estranei alla rivoluzione giacobina in Italia si opposero strenuamente e pagarono con il sangue il frutto marcio dell’occupazione savoiarda.

Secondo la storia ufficiale il divario economico fra nord e sud non si limitava all’industrializzazione, alla mancanza d’infrastrutture, del livello d'istruzione ecc. ma si allargava a tutti gli aspetti della vita sociale. Il sud avrebbe continuato a vivere in una sorta di “medioevo”, entro cui persino l’agricoltura  scarseggiava.  Questo enorme divario economico-culturale preesistente (e mai risolto) si sarebbe tradotto in un fattore di mancanza di coesione sociale.  In realtà sul sud si sono concentrati, per deformazioni politico-culturali,  tutta una serie di luoghi comuni che circolano liberamente senza diritto di replica, per cui hanno reso impossibile una disamina oggettiva dei fatti così come sono realmente avvenuti.

Dopo un’attenta lettura degli archivi si evince una cosa oltremodo diversa.  All’inizio del processo unitario, il cosiddetto divario fra nord e Sud era pressappoco inesistente. Il cosiddetto “dualismo”, creato dalla “questione meridionale”, non esisteva. Nicola Zitara,  a proposito dell’unità d'Italia, parla della nascita di una colonia. Per Zitara l’Unità è stata una sciagura. Il Regno di Napoli possedeva la terza flotta mercantile più importante nel mondo, dopo Francia e Inghilterra. Per non parlare di tutti i primati che raggiunse in solitudine.
In poche parole, il sud non parte svantaggiato, come in una sorta di divario “genetico” pianificato ed invalicabile. Anzi, ancora dopo i primi dieci anni di unità d'Italia, il prodotto interno lordo regionale della Campania è migliore di quello della Lombardia. Chi non dovesse credere ai suoi occhi può leggere – a questo proposito - un interessantissimo volume scritto a quattro mani da due insigni accademici, i Professori Vittorio Malanima e Paolo Daniele, nel quale finalmente viene a galla sulla base di dati statistici la reale situazione socio economica del tempo. Si può parlare, per contro, di una genetica diversità (da non intendersi come minorità), che vedeva i popoli del Sud più propensi all’aggregazione sociale, ad un diverso modo di intendere la società, la vita, il mondo. La necessità di sanare queste diversità, che non furono tanto economiche ma culturali, fu allora avvertita come condizione essenziale della stessa fondazione dell’Unità d’Italia. Fu proprio questo preciso motivo che il popolo meridionale fu aggredito e sconvolto nel profondo del suo animo.


La vera storia.

L’Inghilterra stava progettando l’apertura del canale di Suez e il Regno delle Due Sicilie, svincolato dai poteri  forti,  dava enormemente fastidio. Pertanto bisognava colpirlo dall’interno. E così fu. Il famigerato '48 scoppiò proprio in seguito alla spinta dei cosiddetti poteri forti che volevano impadronirsi del Mediterraneo. Il governo inglese verso tre milioni di franchi francesi a Garibaldi per realizzare l’impresa dei mille. Questa ingente somma fu versata non per "liberare" i popoli oppressi dal "Regno a negazione di Dio", ma per precisi motivi economici e geopolitici, dettati dai rapporti di forza tra potenze coloniali, imperiali e regionali. Il Regno di Napoli non era quello descritto dagli storici al servizio del potere. La Sicilia, a quel tempo, era considerata il giardino dell'antico Regno.  La sua produzione agrumicola  era assai avanzata e veniva esportata all'estero. Per non parlare della marineria. Infatti la prima nave ad inaugurare una linea diretta con Nuova York era siciliana. Ma il vanto dell’economia siciliana era rappresentato da una risorsa strategica per quell'epoca: lo zolfo.

Questa risorsa assumeva un'importanza fondamentale per la "perfida Albione", in quanto veniva  impiegato per preparare le munizioni e gli armamenti.  Fu per questo motivo che gli inglesi attraverso Lord Nelson aiutarono il Cardinale Ruffo nella guerra contro i "patrioti" napoletani che avevano  spodestato i Borbone. Garibaldi sbarcò in Sicilia con l’aiuto della mafia e quando arrivò nella penisola era già tutto conquistato, attraverso una sorta di colpo di stato distribuito sul territorio,  tanto è vero che mai passò per Lecce, Foggia, Bari, Brindisi, Taranto, ecc.  Garibaldi stesso sostenne che da Reggio Calabria a Napoli non fu sparato un sol colpo di fucile!
In pratica in ogni comune scoppiò una rivolta fomentata dalla Massoneria inglese e portata a compimento dai Carbonari e dalla borghesia liberale. Il popolo sparso nelle campagne non era a conoscenza di cosa era accaduto di preciso. Si seppe solo dopo che al Paese i "galantuomini" avevano preso il potere. Ma chi erano questi "galantuomini"? Erano i borghesi liberali iper-collegati con le logge massoniche e con la Carboneria.
Dopo la conquista del sud incominciarono i guai. Si produssero tanti guasti che ad elencarli tutti non basterebbe un intero volume di migliaia di pagine. Per questo vi furono rivolte dei contadini che divennero Briganti.
Alla commissione massari, fonte mitologica della cosiddetta unità d'italia, furono messi dei paletti: dovette dire perché c’erano queste  rivolte a sud. E dagli archivi del parlamento si evince cosa la commissione dovesse dire. 
Napolitania - Tavola Strozzi -

In realtà al Sud non si stava così male come ci hanno raccontato. E quando in tutta Europa si cominciò ad emigrare e ad ingrossare le file delle coste americane, qui al sud si resisteva.
Il regime economico che si creò dal 1734 in avanti nel Sud è qualcosa di particolare. Carlo di Borbone invece di smantellare i feudi e continuare alimentare il latifondo creo i cosiddetti usi civici (enfiteusi). Ad ogni contadino, all'atto della nascita,  veniva assegnato un podere e,  al compimento di 16 anni (che allora corrispondeva alla maggiore età) diventava conduttore dello stesso. Allo stato andava la decima parte del raccolto (la cosiddetta decima). Quindi si ebbe un'equa distribuzione delle risorse nazionali ed anche una equa distribuzione della popolazione sul territorio. Naturalmente la proprietà privata era ammessa, con una limitazione  (la cosiddetta tassa fondiaria) che impediva l’espandersi del latifondo.  Certo, vi furono truffe e raggiri. Ma il principio dell'attaccamento alla terra fu fondato.
Diversamente, la prima cosa che fecero i francesi prima e i piemontesi poi fu quella di smantellare il feudo meridionale e mettere all'incanto i terreni; e fu  in questo preciso frangente che i "galantuomini" fecero a gara per accaparrarsi i feudi migliori a spese di chi li coltivava direttamente con il sudore della propria fronte!
Con il "risorgimento", dunque,  i "galantuomini" si impossessarono definitivamente delle terre assegnate ai contadini e questi ultimi finirono come servi alle loro dirette dipendenze. Ecco cosa ha significato in pratica per il popolo questa rivoluzione giacobina in italia.

Nel 1860 numerosi paesi furono così bombardati dalle truppe piemontesi che ebbero "carta bianca" e si resero protagonisti di stragi ed  efferate rappresaglie che sono state raccontate con dovizia di particolare nel best seller di Pino Aprile, Terroni. A questo proposito fu istituita la legge Pica che rese legale ogni tipo di rappresaglia, proibendo ai pastori persino l'utilizzo dei cani nella conduzione delle greggi.
Quando i piemontesi  presero a cannonate i paesi, distruggendoli completamente, i contadini si diedero alla macchia e divennero "briganti". E il Brigante non era affatto un delinquente. Era solo un "fuori-legge", poiché si rifiutava di ottemperare a delle leggi ingiuste,  imposte da uno stato predatore e colonizzatore, come per es. la famigerata coscrizione obbligatoria. Alcuni di loro divennero legittimisti.
A questo proposito occorre definire brevemente chi era e , soprattutto, in cosa credeva il Legittimista.
Un legittimista, come del resto ogni soldato borbonico, non poteva  sparare a tradimento, non poteva infierire su di un soldato ferito. Emblematico è il caso della battaglia sul Volturno dove i soldati borbonici si tuffarono nel fiume per salvare i garibaldini in difficoltà. Il Legittimista faceva violenza per difendersi e difendere il proprio paese, ma non si rendeva protagonista di gesti efferati o di gratuite crudeltà. La qual cosa non si può registrare a carico dei soldati piemontesi. Gaeta, l'ultima fortezza ad arrendersi, è stata presa attraverso una vera e propria guerra batteriologica ante litteram, portata a compimento dai piemontesi attraverso l'inquinamento dell'acquedotto al di là delle linee.
Napoli delenda est!

Questo è se si può dire uno dei primati borbonici meno citato, ma non per questo meno importante.



Carlo di Borbone
Carlo di  Borbone ebbe un’attenzione massima al problema economico, tanto è vero che la prima cattedra di economia al mondo  fu fondata da Antonio Genovesi a Napoli nel 1754.  E’ un fatto non secondario. Vi fu un attenzione particolare di questo giovanissimo sovrano su questa “SCIENZA NUOVA” (come si chiamava allora) che avrebbe determinato poi i campi di confronto delle nazioni in futuro. Noi siamo antesignani anche in questo campo. A differenza di quanto ci viene ripetuto da anni persino all’Università, dicendo che gli inglesi sono stati i primi.  Il regno delle Due Sicilie era retto dai sovrani cattolicissimi. Questa economia, pertanto, aveva valori tradizionali secondo la famosa triade: Dio, patria e famiglia. Max Weber collegò proprio gli sviluppo del capitalismo inglese e dell’economia moderna con i dettami del Protestantesimo. Al centro della weltanschauung napoletana, per converso, vi era l’uomo e la sua dignità di essere umano, non il profitto. 
Antonio Genovesi
Tanto è vero che persino un uomo di scienze, come il già citato Antonio Genovesi, è profondamente influenzato dalle impostazioni neoplatoniche e dalle filosofie del senso morale vigenti nel Regno delle Due Sicilie. È altresì influenzato dalla concezione tomista del bene comune e dell’etica delle virtù. L’idea della eterogenesi dei fini, da un lato, e, dall’altro, l’idea antropologica di animal civile (ispirata a Giambattista Vico), entrambe al centro del suo pensiero, rendono per la prima volta esplicita una concezione cooperativa del mercato concorrenziale. È una linea argomentativa di questo genere che induce Genovesi a rovesciare il celebre adagio di Thomas Hobbes (homo homini lupus) nel suo contrario: homo homini natura amicus.  

L’economia veniva solo al terzo posto, dopo la politica e l’etica sociale della Chiesa. I Re Borbone erano i sovrani cattolicissimi e Napoli era la perfetta incarnazione di uno Stato cattolicissimo, in cui era l’aggettivo “sociale” a farla da padrone. Era il cattolicesimo sociale propugnato da Thomas More nella sua “Utopia”, che vide la sua realizzazione pratica e tangibile nell’esperimento di San Leucio, dove si realizzò compiutamente una sorta di socialismo “ante litteram”. Tutte le norme del Regno traevano linfa dalla parte sociale e politica del Vangelo. Ed il Re era il tramite fra il Vangelo ed il popolo.  Infatti i paladini del Papa saranno proprio i Borbone.  Chiaramente, oltre manica, le cose andavano molto diversamente. L'economia stava al primo posto e prevaleva sulla politica. Quest'ultima serviva solo per mettere in pratica ciò che i grandi capitalisti desideravano. Per quanto riguarda la morale bastava essere a posto con la propria coscienza e tutto finiva lì.
In pratica non esisteva un'etica sociale ma solo una morale personale che non doveva rendere conto a niente e a nessuno.
Una tale classificazione produceva nel mondo anglosassone una diversa concezione della vita e della economia. Nell'economia inglese lo sfruttamento del lavoratore era una parte inevitabile del processo capitalistico, ragion per cui non vi erano spiragli per la dignità umana del lavoratore. Basta leggersi Charles Dickens per capire di cosa si sta parlando. I lavoratori venivano sfruttati per intere giornate per paghe da fame e venivano impiegate persino donne e bambini... Quindi il vero primato del Regno borbonico era quello di aver capito  molto prima di John Maynard Keynes che lo Stato doveva avere un ruolo importante nella economia del Paese.  Fu proprio per questo motivo che a Pietrarsa e a Mongiana si lavorava per sole otto ore, rispetto alle dodici di Manchester o di Liverpool.  E le donne erano pagate allo stesso modo degli uomini e i fanciulli erano esonerati dal lavoro. E ciò, evidentemente, non perchè qui gli imprenditori fossero più "bravi" rispetto ai loro colleghi anglosassoni. Qui, non si vuole affermare una sorta di razzismo al contrario. Se nel regno delle due Sicilie si lavoravano otto ore rispetto alle 12 di Manchester, ciò era dovuto alla presenza di uno Stato regolatore dell'economia; e, soprattutto, al fatto importantissimo che alla base dell'organizzazione dell'antico regno vi era l'etica sociale e non l'economia!  Qualcuno potrebbe obiettare che nei racconti di Pirandello si trovano ampie tracce di lavoro minorile espletato nelle miniere di zolfo siciliane. E’ vero! Ebbene, si trattava, nemmeno a farlo apposta, delle solfare siciliane date in concessione agli inglesi dopo che questi ultimi aiutarono il Cardinale Ruffo a riconquistare Napoli contro i francesi.  In quelle solfare veniva appunto applicato il modello lavorativo inglese che impiegava già allora manodopera a basso costo, senza tener in minimo conto la tenera età dei fanciulli.  Fu anche per questo motivo che Ferdinando II revocò  tale concessione di queste solfare. Ed è proprio in seguito a ciò che gli inglesi scateneranno la più grande guerra contro il Regno delle Due Sicilie. Da questo discorso ne potrebbe venir fuori una classica obiezione secondo cui questo tipo di economia poteva andar bene in un regime di protezionismo autarchico, chiuso al commercio con l’estero, poiché non era possibile far concorrenza ai paesi anglosassoni. Ed anche questo è opinabile; poiché se è vero (come è vero) che la manodopera assume un costo rilevante alla fine del processo produttivo, è altrettanto vero che le condizioni favorevolissime di lavoro avevano evitato alienazioni, pause esagerate nel lavoro e, soprattutto, un minor spreco di materie prime. In conclusione, facendo le somme, il prodotto aveva pressappoco lo stesso costo di produzione. Questo motivo spiega anche perché la flotta mercantile napoletana era una delle prime del mondo e girava ovunque vendendo i nostri prodotti! Altro che autarchia!   In Sicilia, vi erano, all’epoca, piantagioni di cotone!  A San Leucio  vi erano le migliori seterie d’Europa. Si esportavano merci in Sud America, in Nord America e persino in Australia, in barba agli inglesi! Ci sono i dati a confermarlo. Vi era anche una sorta di spionaggio industriale. Per esempio si andava in Indonesia a vedere dove gli inglesi compravano le spezie e poi si faceva loro concorrenza. Ed è per questo che gli inglesi dovettero correre ai ripari  Se si fosse diffusa la forma mentis dell’Antico Regno, tutta l’Europa, prima o poi, ne sarebbe rimasta contagiata e l’Inghilterra avrebbe perso irrimediabilmente la sua leadership. Per tutti questi motivi il Regno di Napoli non solo andava combattuto con ogni mezzo, anche illecito, ma andava cancellata ogni traccia del suo essere nella Storia. Questo è in breve il motivo di tanta acrimonia provata dagli inglesi contro il Regno di Napoli.

Ma veniamo all'oggi. Dinamiche storiche e culturali si sono intrecciate con interessi geopolitici ed economici, ma soprattutto con la mancanza di rinnovamento politico fra le classi dirigenti. Tali elementi hanno inciso negativamente sulla formazione dei meccanismi rappresentativi, e hanno fatto si che non vi fosse una vera unità politico-culturale, ma solo un’unità meccanica, fattuale, imposta coercitivamente. L’unità d’Italia, insomma, si è realizzata a costi di grandissimi sacrifici imposti al meridione sia sotto il profilo economico sia dal punto di vista politico istituzionale sia soprattutto sotto il profilo psicologico innestando una sorta di complesso di inferiorità.
Le istanze autonomistiche furono mortificate da una sorta di omologazione socioculturale, imposta dallo Stato centrale, che voleva unificare due realtà marcatamente differenziate. La consapevolezza delle ricadute sociale ed economiche della questione meridionale da parte dello Stato Sabaudo è oggetto delle pelose riflessioni di studiosi meridionali asserviti al potere fra i quali: Giustino Fortunato,  Don Luigi Sturzo, Antonio Gramsci, Guido Dorso.  Costoro hanno indicato nel superamento della storica separatezza (?), la condizione essenziale per realizzare l’Unità d’Italia.
La storia del mezzogiorno d’Italia è costellata da leggi speciali, dalla nascita di associazioni a tutela degli interessi meridionali. Tutte cose assolutamente non necessarie se si fosse evitato di depredare, dissipare  sistematicamente ed incessantemente  le ricchezze del nostro Mezzogiorno.
Per tali precisi motivi occorre indispensabilmente riesaminare tutte le analisi sin qui compiute. La nostra terra soffre per le speculazioni di cui è incessantemente oggetto, sin dalla famigerata unità d'Italia.
Il nostro popolo soffre per l’elevata diffusione del lavoro nero e irregolare, per l’elevata fuga dei suoi giovani verso il nord o, peggio, verso l’estero. Tutti ricorderanno le parole di Fanfani allorquando – negli anni ‘70-  intervenne per sedare la rivoluzione di Reggio dicendo: “’mparatev’è lingue e andate all’estero”. Il sud è assai carente di infrastrutture ed un sistema di infrastrutture efficiente è fondamentale per la crescita di un paese. Soltanto dal definitivo superamento di queste condizioni potrà iniziare un duraturo sviluppo di crescita autonomo.“Non saranno mai gli altri i risolutori dei problemi del sud” - scrive Domenico Ficarra.
Il mezzogiorno subisce la presenza opprimente della criminalità organizzata che incide negativamente sul tessuto socio economico, con ricadute non solo di ordine economico e fiscale, ma soprattutto di ordine morale e sociale. S’impone adesso una scelta cruciale: o si prendono in mano le redini del proprio destino o si finisce in bocca alla perfida albione e agli speculatori internazionali, costringendo il nostro popolo ad una nuova stagione di emigrazione. La decisione spetta a noi,  il riscatto passa esclusivamente per le nostre mani. Bisogma dire di no non solo alla mafia e alla camorra, ma anche a questo stato centralista e dissipatore, creatore di ogni nequizia a carico dell’onesto popolo meridionale.
©  Aramis

giovedì 22 settembre 2011

Servi della menzogna

Siamo in una fase molto interlocutoria. Quella che sembrava un'infondata eresia, una perdita di tempo, una questione "provincialistica", si è rivelata - nei fatti -  un "must" per chiunque voglia occuparsi anche della cosiddetta "unità d'Italia".
Stiamo assistendo ad una "controoffensiva" dei servi della menzogna.
Qui si sono schierati i maggiori mass-media italiani: Corriere dellla Sera, La Repubblica, La Stampa. In prima fila, dunque, c'è il partigiano, Giorgio Bocca, sempre pronto a sputare sui meridionali, rei - a suo dire - di ogni nefandezza.
Perchè le vittime di Marzabotto o di Sant'anna di Stazzena vengono ricordate e quelle di Acerra no?
Eppure entrrambe sono state compiute dall'esercito tedesco durante l'ultimo conflitto mondiale.
Evidentemente perchè si era abituati a considerare il Sud come terra di conquista: prima da parte di Garibaldi, poi dell'esercito piemontese, e poi dai tedeschi e dagli americani. Tutto veniva concesso alle truppe occupanti, dallo stupro di massa, al saccheggio fino ad ogni sorta di strage, ivi compresa quella degli animali.
Purtroppo in questa sorta di "dimenticanza" figurano firme illustri: come il calabrese Lucio Villari, storico, nonchè collaboratore de il quotidiano "la Repubblica".
Oppure il prof. Ernesto Galli della Loggia che non perde occasione per denigrare il i Borbone e chi li difende.
Ciò nonostante, piaccia o non piaccia, costoro non hannno alcuna presa sul popolo italico,  men che meno su quello meridionale.
Chi scrive di Mezzogiorno non può che partire da questo periodo storico: dall'unificazione d'italia. Da quel momento inizia l'emigrazione dei meridionali al nord, inizia l'impoverimento del sud rispetto al nord. In altre parole, da quel preciso momento storico inizia il declino di un paese sotto tutti i punti vista. A questo punto occorre domandarsi quali sono i veri motivi che hanno spinto il riluttante Cavour a premere perchè si realizzasse la cosiddetta unità d'Italia. In primis, il piemomte era fortemente indebitato con le banche straniere (Rotschild).  Pensiamo, per esempio, alla famigerata impresa piemontese in Crimea. Lo Stato Piemontese chiese ed ottenne dalle banche un grosso prestito per armare il suo esercito affinchè si schierasse a fianco dell'Inghitlterra contro la Russia. E indovinate un pò chi ha pagato quel debito?
Siamo stati noi del Sud a pagare quel debito!
Costoro accusano i neo borbonici di aver diviso il paese. E' una falsità! il Paese è già diviso. Lo vediamo dalle infrastrutture, dagli ospedali, dalle scuole, dal disastro ambientale ecc E se, adesso, è diviso a nostro svantaggio, ciò lo dobbiamo proprio alla famigerata unità d'Italia!

©  Aramis