martedì 14 luglio 2020

Su Pontelandolfo

il Macellaio Gen. Cialdini insieme col suo stato maggiore.
I
l controllo della memoria a fini politici non poteva consentire che si raccontasse, per esempio, una strage come quella di Pontelandolfo: quei controllori del passato a uso del presente erano saldamente in attività, quando avvennero i massacri al Sud; e la loro gestione della Storia, per cloni persino consanguinei, continuò sino a dopo la Prima guerra mondiale.
«Fu, la loro», scrive Levra «un’operazione che, con poche soluzioni di continuità, travasò la storiografia dinastica piemontese degli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento in una storiografia dell’unificazione italiana sub specie moderata, scritta a caldo già negli anni Cinquanta mentre gli eventi erano in corso, e consolidata e ampliata dagli anni Sessanta alla fine del secolo.» Dagli anni Sessanta alla fine del secolo: dall’invasione del Regno delle Due Sicilie alle stragi dei Fasci siciliani.
Fino a che (riassumo molto), si giunse «a un’interpretazione della storia d’Italia in funzione di quella del Regno di Sardegna», e alla “missione” dei Savoia di unificare il Paese: come se la dinastia si fosse data da sempre il compito di fare l’Italia, insomma. Naturalmente non è vero, ma lo si fece diventare vero con una “memoria costruita a posteriori” (in Turchia dicono: “Storia costruita ufficiale”), per aggiustare il prima, in modo da renderlo coerente con il dopo. Questo fu e doveva essere il racconto della nostra storia resa sabauda e unitarista da prima che di unità si parlasse.
Testo liberamente tratto da Pino Aprile "carnefici", pagg. 69-70

lunedì 13 luglio 2020

Cui Prodest? Perché rinvangare il passato?

Chi propone di fare questi conti, dopo un secolo e mezzo, è accusato di voler spaccare il Paese (come lo avessero mai davvero voluto unire! Per capirlo, basta prendere un treno al Nord e al Sud, sempre che, nel frattempo, abbiano almeno fatto la ferrovia, dove ancora manca al Sud); mentre, chi pretende che questi temi restino ignorati è sospettato di voler continuare a trarre, da un divario costruito con il sangue e una politica razzista, privilegi per una parte del Paese, a danno dell’altra.

  A che pro rivangare, dicono? Potrei replicare così: perché chi mi ha fatto del male deve decidere anche la durata del mio dolore e senza nemmeno rimuoverne le cause, anzi? Invece preferisco metterla così: il tentativo di unire gli italiani nella menzogna è fallito. Vi dispiace se proviamo con la verità? Ci sono prove inconfutabili che funziona di più. Naturalmente, non c’è nessuna intenzione di chiedere giustizia per i crimini della storia (giustificare i delitti di ieri con il presunto bene di oggi, non potendosi più dimostrare l’eventuale maggior bene distrutto, è l’inganno di chi vince e detta il percorso della storia, ovunque nel mondo, mica soltanto della nostra. I delitti di chi perde, invece, restano delitti; la stessa reazione all’offesa diventa un delitto, “Brigantaggio”, e talvolta gli sono attribuiti, dopo la sconfitta, pure i crimini del vincitore, in modo che il male stia tutto dalla parte di chi soccombe, a giustificare, anche moralmente e come necessaria, qualunque azione del vincitore). No, non è giustizia che si cerca: la disperazione delle vittime non ha avuto consolazione in tempo ed è terminata con la loro vita; la colpa dei carnefici è estinta, perché la loro morte rende impossibile la punizione (si può solo sperare che esista l'inferno: e la miseria; averci pure la sfiga di essere ateo!). É vero che il reato di genocidio non conosce prescrizione. Ma non possiamo mettere pagine di storia sul banco degli imputati. Non mi piacciono le idee che vincono in tribunale, invece di convincere.

 Restano le conseguenze, non sempre riconoscibili; a distanza di generazioni, gli eredi dei carnefici e dei loro complici locali, il cui patriottismo era spesso misurato in ettari e scudi d’oro, godono del frutto di quei crimini, mentre i primi a essere traditi furono gli idealisti di una parte e dell’altra, che sacrificarono i loro beni, chi ne aveva, e molti la vita (il sangue dei puri concima l’orto dei furbi): e forse furono più fortunati, perché non dovettero assistere a quel che fece sentire colpevoli i sopravvissuti, fra loro.--------- Per giustificare invasione e massacro, furono condannati i costumi, i sentimenti, la dignità, l’intera storia, la sapienza di un popolo e la sua idea del domani, descritti come incivili, arretrati, ridotti in ogni campo al peggio, al punto che l’unico modo per sfuggire alla dannazione di far parte di cotal genìa divenne rinnegare se stessi, partecipare alla demolizione della propria identità, per meritare di essere accolti, da ultimi arrivati e incompiuti, nella casa e negli usi del padrone (di fatto tale, avendo, ancora oggi, più diritti e quasi tutto il potere) sopraggiunto e impostosi.

 No, bisogna saperle “le cose brutte”, per capire se vogliamo stare insieme; e, se sì, come. E c’è un solo modo: condividere la memoria, a partire dal momento in cui venne sdoppiata e falsata. Se la mia storia non diviene anche la tua, ma la tua, aggiustata in modo che sembri l’unica possibile, deve schiacciare la mia; se non accettiamo il passato degli uni e degli altri come di entrambi, con lo stesso orgoglio e la stessa vergogna, allora davvero non resta altro futuro che andarsene ognuno con la propria storia, per non continuare a essere, i vinti, prigionieri mal tollerati di quella che nega loro l'ugual valore e li offende.

 Testo liberamente estrapolato da Pino Aprile, "CARNEFICI", pagg. 32-33-34

domenica 12 luglio 2020

IL MASSACRO NASCOSTO


La dimensione del massacro nascosto sotto il mito del Risorgimento è stata sempre contestata (su come si scrive la storia nel nostro Paese, basti dire che l’Istituto cui fu affidato tale incarico, nel Regno di Sardegna che poi divenne d’Italia, aveva il compito di impedire la consultazione dei documenti che potessero offuscare la dinastia sabauda; le carte scomode potevano essere distrutte, e l'elaborazione dei documenti avuti in consultazione era sottoposta a doppia censura durante e dopo la stesura dei testi in cui erano citati). Una traccia demografica dell’enormità del prezzo pagato dal Sud, in vite umane, emerge per la prima volta da uno studio del 2014, condotto dal dottor Delio Miotti, per la Svimez (l'associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno). La ricerca, che mirava a ben altre finalità, ha svelato che, nel 1867, la popolazione meridionale diminuì, invece di crescere. Succederà solo altre due volte, in un secolo e mezzo: dopo la Prima guerra mondiale, a causa dell'influenza “spagnola” (in realtà, portata in Europa da soldati statunitensi), la più grande pandemia della storia dell’umanità: cinquanta milioni di morti; e nel (anzi, “dal”) 2013, per l'ampiezza del saccheggio di risorse condotto, a danno del Sud, da una feroce serie di governi antimeridionali di centrodestra (a trazione leghista) e di centrosinistra (senza manco la scusa della trazione leghista), al punto che l'emigrazione dal Mezzogiorno riprese come negli anni Cinquanta del Novecento e i terroni smisero di fare figli (indice di natalità mai così basso).
Ma cosa succedeva negli anni sino al 1867, tanto da far addirittura diminuire la popolazione? Il Piemonte univa il Paese e ne sfoltiva parte della popolazione, al Sud, perché recalcitrante: o capivi che lo facevano per il tuo bene e cambiavi testa, o te la tagliavano, per il bene di tutti (di chi impugnava la mannaia, sicuro). E la tagliavano veramente, non per modo di dire («per comodità di trasporto», è spiegato in un rapporto militare) e magari la esponevano in paese, per educare i dubbiosi. Qual è la differenza con i boia dell’Isis, lo Stato islamico? Ma è ovvio: quelli dell’Isis sono selvaggi e dicono di essere patrioti; i piemontesi al Sud erano civili e patrioti: non si può fare di tutte le decapitazioni un fascio!
Mai la popolazione era diminuita, almeno per tutto il secolo precedente, senza guerre o epidemie (nella prima metà dell'Ottocento, come si vede dallo studio di Idamaria Fusco, in Il Mezzogiorno prima dell'Unità, nel 1817 e nel 1837 ci furono dei crolli. Nella media, comunque, la professoressa Fusco dimostra che prima dell’Unità il Sud cresceva più del resto d’Italia; dopo, meno). Questi sono i numeri di un genocidio: invece di continuare a crescere di decine di migliaia, decrescere di cifre analoghe. E non ne parlo per cambiare il passato (operazione stupida e inutile, se non a fini di potere), ma perché siano riconosciuti. La sociologia spiega che le società nascono da un crimine commesso in comune, una colpa condivisa. L'Italia, quale coscienza diffusa di un Paese unito, non è mai nata. Se ha una possibilità, è quella di rinascere sulla condivisione del racconto dei crimini da cui ebbe origine e i cui autori sono morti. Ci sono figli che nascono da
uno stupro; non saranno liberi nascondendolo a se stessi, ma sapendolo, per poter acquisire la coscienza di non avere la colpa dello stupratore, né l'umiliazione della stuprata.
Dal 1765 all’unificazione forzata d’Italia, nel Regno delle Due Sicilie, il numero dei meridionali era cresciuto sempre; gli ultimi cinquant'anni, di quasi 50.000 all’anno e nessuno era mai emigrato: c’era povertà, come nel Nord e nel resto d’Europa, ma non al punto da indurre la gente ad andarsene (come avveniva per le regioni settentrionali, dal Friuli al Piemonte), né a smettere di fare figli, che restavano lì e non morivano di fame, se la popolazione continuava ad aumentare. Poi arrivano i fratelli d’Italia e «i progressi della morte sono immensi», come diceva nel Parlamento di Torino il deputato Angelo Brofferio, anni prima, a proposito dell’incredibile numero di condanne a morte eseguite in pochi anni nel regno sabaudo. Al Sud fecero ancora meglio se, in soli sei anni, la conta dei morti superò quella dei nati, nel 1867 e (di poco) nel 1868 (ricerca Svimez, su dati Istat, Istituto nazionale di statistica).
Nel 1862 (dopo quasi due anni di guerra di annessione), l'incremento della popolazione, specie maschile, era già in frenata, ma ancora di quasi 6.000 unità maggiore a Sud, rispetto al Nord (19.000 a 13.000); dopo appena un anno, il rapporto si capovolse (20.000 a Nord, meno di 15.000 a Sud). Nel 1867, la differenza salì a 30.000 (maschi: più 10.000 a Nord, meno 20.000 a Sud). Ci vollero dieci anni, perché le cifre tornassero quasi pari, nei primi anni Settanta dell'Ottocento, in coincidenza con la dichiarata fine della guerra al Brigantaggio. Ai vinti in armi, dopo la sconfitta
resta la fuga: fallita la risposta militare all’invasione, lo spopolamento continuò, con l'emigrazione: per la prima volta nella loro storia, i meridionali abbandonarono la propria terra, a milioni. Ma sulla “fine del Brigantaggio” forse bisognerà rivedere i conti, perché è dimostrabile che ancora nel 1872, «come si evince dal Manuale del funzionario di sicurezza pubblica e di polizia giudiziaria, per le “statistiche mensili” sul Brigantaggio, si chiedeva di indicare, secondo le istruzioni, i dati sui movimenti di briganti e manutengoli, la denominazione delle bande, i nomi dei briganti, i circondari e i mandamenti frequentati da ciascuna banda, i nomi degli evasi dalle carceri, dei manutengoli denunziati, ammoniti o arrestati...» (tratto da Noi, i neoborbonici, di Gennaro De Crescenzo). E si legge in I/ Distretto Militare di Perugia (edito nel 2006), del generale Massimo Iacopi, che ne fu comandante, che «con la eliminazione della banda di Sante Graci detto “Zigo” nell’eugubino (1869), sorpreso in una casa colonica, con altri 15 briganti, da una pattuglia di Reali Carabinieri del maresciallo Bucchio e la successiva distruzione di quella di Tiburzi nell’orvietano (1877), ha inizio la fine del banditismo in Umbria». L'inizio della fine, nel 1877!
E la cattura di Zigo avviene nel corso di una battuta dell’esercito, per catturare renitenti alla leva (ci torneremo su), e ne prendono centinaia al giorno. Siamo a quasi dieci anni dall’arrivo dei piemontesi e in Umbria, che certo non fu fra le regioni in cui maggiormente si manifestò la resistenza armata all’invasione. Ed è lo stesso generale Iacopi, onestamente e correttamente, a far notare che il Brigantaggio, nonostante la diffusa protesta per «l'eccessiva pressione fiscale sulle classi più deboli» e l’introduzione «dopo quattrocento anni circa, della coscrizione obbligatoria», «non avrebbe avuto alcuna possibilità di attecchire e proliferare», se non fosse stato «omogeneo» con l’ambiente. Insomma: la geografia gli deve essere nota e favorevole (boschi, monti, poche vie di comunicazione), la popolazione pure. Il Brigantaggio finisce in Umbria, quando «a Coccorano di Valfabbrica, nei pressi di Perugia, viene catturato in una stalla, da una pattuglia di 14 carabinieri, quello che per la cronaca è forse l’ultimo dei briganti in... “servizio permanente effettivo” della regione». È il marzo del 1901: sono passati quarant’anni dall’arrivo dei piemontesi. E come potrebbe essere stato debellato, nei primi anni Settanta dell’Ottocento il Brigantaggio, se addirittura il «Times», nel 1872, quando il fenomeno sarebbe stato già eliminato, pubblica un preoccupato intervento sulla sua recrudescenza nel Mezzogiorno? E si temeva una nuova rivolta in Sicilia, come quella del 1866, quando i ribelli riconquistarono Palermo e gran parte dell’isola, sconfiggendo militarmente i reparti dell’esercito sabaudo. È un altro capitolo forse chiuso con un po’ di precipitazione e da rivedere...
Testo liberamente estrapolato da Pino Aprile, "CARNEFICI", pagg. 28,29,30,31.

sabato 11 luglio 2020

Un crimine possibile

Tutto questo è un crimine di quelli che cambiano il corso della storia. «Un crimine possibile solo se perpetrato da uno Stato che, in quanto sovrano, si erige a fonte del diritto.»
Il Piemonte violò accordi, leggi, trattati e persino ogni limite di decenza e umanità, in nome di un progetto politico-economico, di cui tanti videro e vissero (e ci fu chi ne morì) solo l'aspetto ideale; ed è quello che ci viene narrato; ma Torino dovette farlo soprattutto per una necessità assoluta (il Regno di Sardegna era ormai in fallimento, come fu detto anche in Parlamento, e in pochi mesi non avrebbe avuto soldi per pagare dipendenti pubblici e soldati, dimostra Nicola Zitara, in L'invenzione del Mezzogiorno). Ma questo non sarebbe bastato, se non si fosse presentata un’opportunità come ne capitano poche nella storia: l’interesse di molti e potenti a distruggere un Paese e consegnarlo a un altro meno ostile a certi giochi. Non intendo giustificare nulla, soltanto ricordare che le regole servono a mantenere le cose come stanno o, al più, tracciare i confini della loro evoluzione; per cambiarle, si possono percorrere solo due vie:
1) sostituire le regole, d’accordo con quanti dovranno riconoscersi in quelle e rispettarle;
2) calpestarle, per imporre ad altri le proprie (diciamo che puoi riunire l'Europa sotto una croce uncinata e lo stivale del fùhrer o in un euro molto tedesco, però frutto di accordi inter-europei, che una diversa politica può raddrizzare: la politica è l’arte del possibile miglior compromesso e le circostanze cambiano, offrendo le occasioni che la guerra non dà).
Ma nel 1860 avevano fretta e anche molta disistima per quelli con cui, a chiacchiere, dicevano di volersi unire per far un Paese («Ci disprezzano», scrisse Gaetano Salvemini a Giustino Fortunato: ed erano due unitaristi convinti; il secondo ne fu una sorta di apostolo, poi ferocemente deluso). Il Piemonte impose se stesso, le sue armi, la sua libertà chiudendo giornali, riempendo le carceri, deportando e fucilando, impose le sue tasse, le leggi e persino i suoi impiegati e le sue balie negli orfanotrofi di Napoli, poi disse che gliel’avevano chiesto gli italiani. E quelli che cercarono di smentire o opporsi fecero una brutta fine. Se il progetto fosse fallito (e ci fu il momento in cui parve che le truppe d’invasione non potessero reggere la risposta armata degli aggrediti, mentre la diplomazia sabauda era in gravi difficoltà per le proteste europee contro gli eccidi al Sud), del Piemonte forse sarebbero rimasti gli stracci, e oggi discuteremmo tanto del tragico tentativo che insanguinò l’Italia e della prepotenza subalpina, dei suoi accordi con i protettori stranieri, della corruzione con cui fece marcire all’interno un Regno amico, dei traditori di ieri (tecnicamente tali, pur se per un diverso ideale) non più patrioti di poi, dell'inferno della storia in cui tutto questo sarebbe finito... Ma, soprattutto, parleremmo delle stragi, delle vittime di un’azione violenta per cambiare le cose, e fallita per la sua violenza. Questo studieremmo a scuola. La glorificazione dei vincitori ha negato quel dolore dei vinti che, fosse andata diversamente, sarebbe la colpa storica di chi pensò che, per fare l’Italia, bisognava sottometterla (coerente con quanto Vittorio Emanuele II disse all’ambasciatore austriaco: «Ci sono due soli modi per governare gli italiani: con le baionette o con la corruzione»).
Testo liberamente estrapolato da
Pino Aprile
, "carnefici", pagg. 26-27-28.

giovedì 1 giugno 2017

Il lavoro non solo come sostentamento ma anche come veicolo principale della DIGNITA' UMANA



Le parole del Santo Padre hanno suscitato molto scalpore, poiché sconfessando la proposta del Movimento Cinque Stelle, hanno messo una pietra tombale su quanti puntavano sul Reddito di Cittadinanza per meri scopi elettorali. Personalmente, non sempre mi sono trovato completamente concorde con il Santo Padre, tuttavia, questa volta mi sento di condividere le sue parole, poiché Il reddito di cittadinanza o comunque lo si voglia chiamare è, a ben vedere, solo una SQUALLIDA ELEMOSINA. Solo attraverso il LAVORO l'uomo viene nobilitato. Il reddito di cittadinanza è solo un surrogato per far fronte alle emergenze e non può essere considerato come una soluzione inderogabile e definitiva. Esso può essere necessario in questa particolare congiuntura di crisi economica ma solo riservandolo alle persone meno abbienti. Non può essere esteso a chiunque, in quanto cittadino, come avrebbe voluto lo scomparso Giacinto Auriti Il reddito di cittadinanza è dunque un surrogato ma non può essere inderogabile e conferito a tutti senza nulla in cambio come voleva Auriti. Il prof. di Guardiagrele giustamente asseriva che il reddito differisce dal salario poiché il salario va corrisposto a chi lavora e il reddito va invece ai cittadini. Auriti aveva anche fornito una sua spiegazione a tutto ciò, fornendo anche la risposta sul chi paga. Ma, chi conosce il meccanismo d'emissione monetaria sa che ciò non è possibile. Con questo, il Papa ha sconfessato anche la teoria di Auriti sulla proprietà popolare della moneta. Teoria costruita a tavolino proprio per motivi propagandistici che nulla hanno a che fare con una seria ricerca scientifica. La moneta, infatti, essendo solo un mezzo per scambiare beni e servizi, non può essere di proprietà di alcuno. L'usura nasce proprio allorquando la moneta assume una seconda caratteristica: la qualità di portavalori. Difatti, dotando la moneta di una doppia funzione: mezzo di scambio e riserva di valore si sono prodotti nei secoli guasti innumerevoli nell'economia.


Codeste due funzioni sono in contraddizione vicendevole: spendere come mezzo di scambio, o tesoreggiare come riserva di valore, sono un aut aut senza termine medio. Per cui si possono definire separatamente, ma non insieme E' la tesaurizzazione è la fonte dell'USURA, il resto, il discorso sulle Banche Centrali è accessorio ed impreciso, assolutamente non fondamentale.

sabato 20 maggio 2017

Le strade del Regno sotto i Borbone



Nel 1828 le strade del Reame ammontavano a 1505 miglia e da quella data al 1855 se ne costruirono altre 3082. Il territorio del Regno delle Due Sicilie non è piatto come quello della Pianura Padana, bisognava attraversare montagne, torrenti e fiumi. Fu costruita l’Amalfitana, la Sorrentina, la Frentana e fu interrotta, a causa dell’unità, la strada che doveva attraversare per intero il massiccio della Maiella ed il Principato di Avellino. Quella strada fu costruita dai governi unitari solo dopo cento anni. E continuiamo con le strade:quella della costiera adriatica, la strada che da Sora portava a Roma, l’Aquilonia che congiungeva il Tirreno all’Adriatico, l’Appulo Sannitica che congiungeva gli Abruzzi alla Capitanata e la Sannita che da Benevento passando per Campobasso arrivava a Termoli. Chiunque, passando per Itri, città che diede i natali al più grande eroe che l’Italia abbia avuto dal tempo dei Romani, Michele Pezza alias Frà Diavolo, troverà una lapide, una delle poche rimaste in tutto il Reame, che ricorda la strada, costruita sotto il regno di Ferdinando II, che inizia appunto dalla cittadina itrana fino a Terni. Proprio così, fino a Terni, detta strada prese il nome di Civita Farnese.e chiunque visiti Gaeta vedrà dirimpetto alla fortezza, volgendo lo sguardo verso Formia, una strada dalla simmetria unica, che volge in alto fin quasi a raggiungere le vette degli Aurunci e colà interrotta dagli eventi bellici del 1860-61 e che avrebbe dovuto congiungere la piazzaforte borbonica con Sora. Come ci ricorda il Durelli “...in breve, dal ’52 al ’56, che sono solo quattro anni, furono costruite 76 strade nuove, di conto regio, provinciali e comunali. Moltissimi i ponti, e fra tutti il ponte sul Garigliano, sospeso a tiranti di ferro, primo in Italia con questa tecnica e tra i primi in Europa. E poi le bonifiche, l’inalveazione del fiume Velino, la colmata dei pantani, la bonifica di tutte le paludi campane...in 30 anni, la marina a vela raddoppiata, la marina a vapore creata dal nulla, che nel 1855 contava 472 navi per 108.543 tonnellate più sei piroscafi a ruota, 6913 tonnellate di barchi diversi. Nel medesimo anno, dei legni a vapore che entrarono nei porti francesi la bandiera delle Due Sicilie era seconda soltanto a quella inglese...”. 8 Molti, ancora oggi si ostinano a dire che i Borbone non costruirono opere pubbliche né strade. Non ci pare che le cose scritte dai componenti la commissione Jacini siano corrispondenti al vero in quanto:”...Dintorno alla capitale vi era una grande rete stradale costruita, mantenuta, con magnificenza romana a spese della pubblica finanza. Le Puglie, soprattutto Terra di Bari e Terra d’Otranto- continua il Jacini-erano fornite largamente di strade, dal 1848 al 1858,il Governo borbonico stanziava per la costruzione e la conservazione di strade al di qua del Faro, l’annua somma di ducati seicentomila, che fu portata dal 1856 al 1859 a ducati 800 mila( 3.400.000 lire del tempo); mentre nel 1860, per le sole opere ordinarie di ponti e strade, erano previsti ducati 947.076,86 ducati( pari a 4.025.076,25 lire piemontesi del tempo)( Francesco Saverio Nitti, Nord e Sud, Laterza Editore, Bari, 1958, pag 549) I Poerio e gli Scialoja scambiarono i tornesi per torinesi e si aggregarono al saccheggio e alla rovina del Sud; i due non conoscevano il debito pubblico piemontese, non sapevano che ammontava a 1.152.000.000 di lire (unmiliardocentocinquantamilioini di lire) del 1860.  Eppure intellettuali liberal-massoni e soprattutto la borghesia del Nord e del Sud volevano la morte del Regno delle Due Sicilie, seppellire quel modello di società, rubare tutto il denaro depositato nelle casse del Reame felice e ricco. Ancora oggi ministri e funzionari della Repubblica chiamano borbonica l’amministrazione dello Stato; il sistema fiscale? Borbonico! La burocrazia? Borbonica! Il sistema bancario inefficiente e barbaro che abbiamo? Borbonico! Le 150.000 leggi che dall’unità d’Italia ad oggi sono state emanate? Borboniche!!! Insomma tutto ciò che di negativo si trova in Italia viene chiamato borbonico. Il borbonismo era altra cosa ed il Regno delle Due Sicilie non era economicamente come il pezzente Piemonte e l’affamata Lombardia. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato molto ricco, dati i tempi. La conferma viene data dalla relazione sulle monete ritirate dai vari stati preunitari.. La verità storica è sempre cosa soggettiva ed empirica ma quando uno Stato come le Due Sicilie viene depredato e agli occhi della gente vien fatto apparire come assistito e parassita, significa che c’è qualcosa che non quadra e che bisogna ristabilire e rimettere le cose al loro posto. Il Sud oggi è in agonia, centoquarantanni di colonialismo sono tanti, la gente vuole lavoro e non vuole più emigrare. Hanno cercato di convincerci che i Savoia e Garibaldi sono venuti a liberarci dall’oppressore borbonico, han tentato in tutti i modi di convincerci, prima attraverso libri e giornali e poi attraverso radio e televisioni che il Sud era ed è povero. A scuola ci dicevano che i nostri territori da sempre sono poveri perche’ montagnosi, alle nostre ingenue domande, i professori rispondevano con arguzia, senza spiegarci niente, forse nemmeno loro sapevano. La Svizzera, montagnosa come e più dell’Appennino, sguazzava nella ricchezza. Alla nostra osservazione il maestro rispondeva che in Elvetia d’estate si pascolavano pecore e vacche e d’inverno gli stessi contadini fabbricavano orologi. Non era vero. In Svizzera portavano i soldi i capitalisti di tutto il mondo, i ladri ed i disonesti, ma noi non dovevamo sapere. I Borbone di Napoli lasciarono il loro denaro nelle banche di Napoli e furono chiamati ladri; i garibaldini lo rubarono quasi tutto e sono stati incensati come eroi e padri della patria. Francesco II era disonesto? I Savoia riempirono le banche svizzere e quelle inglesi dei soldi rubati in Italia e i tribunali di quegli stati, a richiesta della repubblica italiana, non vollero farli restituire.In Inghilterra,il giudice Vassey, nel secondo dopoguerra, respinse l’istanza giudiziaria della giovane Repubblica italiana, perché fosse restituito il milione e mezzo di sterline depositate dai Savoia nella Banca Hambros.8) Forse quel giudice era massone oppure non conosceva la storia dell’Italia unita.. 

( ANTONIO CIANO)